Perché nella lingua Salentina non esiste il tempo futuro?

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È uno dei dialetti più antichi e allo stesso tempo più attuali d’Italia: il Salentino. Antico per la sua nascita e attuale per la sua rinascita che negli ultimi anni ha visto migliaia di turisti e viaggiatori assaporare le bellezze di questa terra e trasformarle in un vero e proprio trend. Grazie a tutti coloro che portano ricchezza alla mia terra.

Lo stesso slogan con la quale ci conoscono in tutta la nazione, è in dialetto. Si mi riferisco proprio a quello: Salentu, lu sule, lu mare, lu jentu (Salento, il sole, il mare, il vento).

Nel Salento non esiste solo un dialetto unico, parlato da tutti senza alcuna differenza, bensì esistono molte variazioni dello stesso dialetto. Principalmente le lingue parlate sono tre, anche se poi si dividono a loro volta. Il territorio, linguisticamente parlando, è diviso in tre fasce principali, il nord salentino, il salentino centrale e quello meridionale. Le differenze sono tante anche se con qualche ora di ascolto e risate lo si può comprendere allo stesso modo, che venga parlato quello settentrionale o meridionale, il Salentino è comprensibile anche dai sorrisi e dai gesti con cui si accompagna.

C’è però una particolarità non da poco. In nessuna delle sue varianti il dialetto Salentino prevede termini che siano al futuro. Ebbene si, non esistono praticamente. Ogni cosa viene espressa al presente con un riferimento temporale all’inizio o alla fine della frase stessa. Per esempio:

Cosa farai domani? diventa Ci faci crai?

Traducendo la versione dialettale notiamo quanto detto prima. Ecco cosa si ottiene scomponendo la frase.

Ci faci (che fai) crai (domani)

Così in tutti gli esempi del mondo dialettale salentino, potreste fare tutte le prove che volete, noterete che la regola essenzialmente è sempre la stessa. Vediamo un altro esempio:

Domani e dopodomani andremo al mare?
diventa
Crai e piscrai sciamu m’are?

Scomponendo la frase si nota come anche stavolta ci sia il riferimento al giorno ma i verbi (sciamu = andiamo) rimangono sempre al presente.

Cercando sul web non ci sono spiegazioni a questo fenomeno, si sa che non esistono i termini al futuro ma non si spiega il perché. Così ho formulato una mia teoria.

Le terre del Salento sono da sempre state conquistate dai più svariati popoli, dai Turchi, ai Romani, ai Greci…praticamente abbiamo sempre servito gli altri (storicamente parlando) essendo stato un popolo ricco di conoscenze contadine e rurali. Il feudalesimo ha sempre vinto sulle terre Salentine, riempiendole di braccianti e di padroni, fino a nemmeno troppo tempo fa. Sono ancora vive e vegete le generazioni che hanno cresciuto famiglia e hanno “campato” lavorando la terra per i “patruni” (proprietari, padroni) altrui e guadagnando da questo e solo da questo.

Ma cosa c’entra il lavoro alle dipendenze di un “patrunu” con la lingua parlata e i termini al futuro?

Semplice. Se voi viveste un’era praticamente simile a quella medioevale ma molto più duratura, dove la propria vita dipende dalle volontà del padrone e tutto appartiene al passato e al presente perché parlare di futuro significa praticamente fantasticare e sognare, usereste termini al futuro? Sarebbe praticamente un azzardo.

Parlare di futuro era quindi un lusso che non apparteneva al popolo, immagino. Ecco che la lingua volgare, che appartiene quindi al popolo, il dialetto, si sviluppa e cresce senza riferimenti al futuro che sappiano di azzardo alle orecchie dei nobili che ascoltano e di utopie al popolo che le pronuncia.

Il dialetto Salentino rappresenta quindi, a mio parere, il limite nel tempo vissuto dagli abitanti che lo parlano, abituati a pregare di sopravvivere alla giornata in corso e lontani dal pensare, programmare e progettare un futuro.

Leggi anche: Il termine “cazzo” nel dialetto Salentino

Fonti: Wikipedia

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