I 7 sepolcri. Cosa sono, ma soprattutto…perché?

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“Fare il giro delle sette chiese” è ormai entrato tra i modi di dire e indica un lungo quanto inutile percorso.

E pensare che invece queste sette chiese sono parte di un’antichissima tradizione cristiana: la settimana precedente la Pasqua è detta “santa”, mentre il triduo pasquale (o “santo triduo”) inizia il giovedì santo, la sera, con la “Messa in Coena Domini”, col ricordo dell’ultima cena.

Proprio in questa occasione, dopo la celebrazione eucaristica, il tabernacolo viene lasciato vuoto e aperto, l’altare completamente spoglio, senza alcun paramento, la croce è già in precedenza velata, mentre l’Eucaristia viene conservata in un altare laterale, detto “altare della reposizione”, per indicare che Gesù, da quella notte ha iniziato il suo percorso di passione e morte. Questo altare, fino a prima del Concilio Vaticano II (conclusosi nel 1962), veniva chiamato il Sepolcro, termine in piena dissonanza con la fede nella presenza del Signore in quel pane consacrato, e quindi si è preferito il termine di reposizione.

Solitamente questi altari vengono addobbati in modo classico, oppure seguendo un tema, un argomento, un brano del vangelo (per lo più scene che richiamano l’ultima Cena, il pane spezzato, il dono che Gesù ha fatto della sua vita).

La tradizione consiste nel visitare sette o cinque di questi altari (7 in ricordo dei 7 dolori di Maria, o 5 in ricordo delle 5 piaghe di Gesù), e sostare un momento in meditazione e preghiera; apparentemente sembra un inutile spreco di tempo ed energie (il giro delle sette chiese appunto), eppure è un gesto che può essere equiparato a quelle follie che si fanno tra innamorati: cose poco o per nulla razionali, a volte anche arrischiate, ma che esprimono un desiderio e una volontà. In ogni altare della reposizione troviamo lo stesso Ospite, ma i messaggi sono diversi.